Il processo analitico di pianificazione finanziaria in azienda

La finanza aziendale è una funzione, oggi di fondamentale importanza, che ha dei riflessi non solo su aspetti di carattere finanziario, ma anche economici e patrimoniali. Questo concetto è facilmente comprensibile, in quanto dal reddito o dalla perdita prodotti dalla gestione aziendale si determina un incremento o una diminuzione del patrimonio e di conseguenza anche una variazione positiva o negativa delle risorse finanziarie messe a disposizione.

Investimenti

Ciò premesso, scelte di investimento consapevoli o meno che riguardino sia gli immobilizzi, che il capitale circolante netto necessario al finanziamento del ciclo produttivo e commerciale, hanno un riflesso diretto sui flussi operativi di cassa. Ciò può comportare, in determinate circostanze, una sensibile riduzione delle capacità finanziarie dell’impresa e un conseguente aumento dell’effetto leva, che non sempre ha una risposta positiva da parte del sistema creditizio.

Investimenti consapevoli o meno

Non a caso ho richiamato la locuzione: “investimenticonsapevoliomeno”, in quanto spesso nelle piccole e medie imprese alcune decisioni di investimento sono affrontate “a prescindere”, in quanto ritenute importanti ai fini di mantenere un adeguato livello di concorrenza, ma non attentamente valutate e previste a livello finanziario.

Aggiungiamo il fatto che la situazione attuale di estrema carenza di liquidità, definita appunto con il termine di “credit crunch“, sta determinando effetti imprevisti sui livelli del capitale circolante (dilatazione dei tempi di incasso, riduzione del turnover dei magazzini, ecc.) e di conseguenza un maggior fabbisogno di credito.

È interessante richiamare qui il concetto espresso da Richard  A. Brealey e Stewart C. Myers nel capitolo 28 del loro libro “I principi di finanza aziendale” edito da McGraw-Hill. Con il pragmatismo che caratterizza l’attività scientifica americana, essi sostengono che se, in un’azienda, ciascuna decisione finanziaria venisse presa singolarmente, si otterrebbe una specie di cammello finanziario.

Manager finanziari

I manager finanziari devono perciò valutare l’effetto complessivo delle decisioni di finanziamento e di investimento: tale processo viene chiamato pianificazione finanziaria ed il suo risultato finale è il piano finanziario.

Nel medesimo capitolo i due Autori, ben noti e stimati per i loro contributi alla teoria della finanza, definiscono la pianificazione finanziaria  un processo articolato nei seguenti punti:

  1. Analisi delle opportunità di finanziamento e di investimento che si presentano all’impresa.
  2. Previsione delle conseguenze che avranno nel futuro le decisioni di oggi, sia per evitare sorprese, sia per comprendere i legami tra decisioni presenti e future.
  3. Decisioni rispetto alle alternative disponibili (tali decisioni sono incluse nel piano finanziario).
  4. Confronto dei risultati ottenuti con gli obiettivi definiti dal piano finanziario.

Pianificazione finanziaria

Esistono vari tipi di pianificazione finanziaria:

  • Di breve termine: entro i dodici mesi o entro il prossimo esercizio di previsione.
  • Di medio termine: estesa ad un periodo di cinque anni.
  • Di lungo periodo: che arriva a dieci e più anni.

In ogni caso l’attività di pianificazione si basa sull’esigenza di approfondire l’analisi ex-post delle informazioni di bilancio e, tramite adeguati modelli previsionali, di proiettare i flussi di cassa per periodi prolungati, pur non arrivando ad un livello di disaggregazione eccessivamente approfondito ed analitico.

Riclassificazione e analisi del bilancio d’esercizio

Particolare importanza riveste l’analisi del bilancio per comprendere l’andamento economico, reddituale, finanziario e patrimoniale della gestione aziendale.

La procedura corretta prevede la riclassificazione dello stato patrimoniale e del conto economico; nel primo caso lo schema di bilancio previsto dalla IV Direttiva CEE viene ricollocato con l’indicazione degli impieghi in base al grado di liquidità crescente e delle fonti in base al grado di esigibilità crescente.

Per quanto concerne il conto economico lo scopo della riclassificazione è quello di evidenziare i meccanismi di formazione del reddito di esercizio attraverso risultati intermedi, rappresentativi del contributo di ciascuna area della gestione.

Lo schema di raccordo degli indicatori di bilancio

La composizione e l’analisi degli indici di bilancio rappresentano un metodo tradizionale, ma pur sempre utile e rapido di valutare la condizione di salute di un’impresa. Essi sono rapporti tra grandezze economiche, patrimoniali e finanziarie derivanti dalla riclassificazione dello stato patrimoniale e del conto economico, compresi nelle seguenti categorie:

  • Redditività
  • Produttività
  • Liquidità e capitale circolante
  • Struttura finanziaria
  • Sviluppo

Tra gli indici di redditività fondamentali figurano il ROE (redditività dei mezzi propri), il ROI (redditività della gestione caratteristica), il ROS (redditività delle vendite).

ROE

Il ROE, in particolare, derivante dal rapporto tra utile netto e mezzi propri, può essere considerato riassuntivo dell’economicità complessiva della gestione aziendale. Esso è, infatti, influenzato dalle scelte effettuate nell’area della gestione caratteristica, ma anche da quelle della gestione finanziaria, patrimoniale, accessoria e dall’impatto fiscale.

Nello specifico il ROE dovrà essere necessariamente superiore al tasso “risk free” altrimenti la gestione non avrà risultati apprezzabili sull’incremento di valore dell’impresa.

Uno strumento classico, ma molto utile, per analizzare il ROE approfondendone il legame con due altri indicatori, il ROI e il ROS e soprattutto con il cosiddetto “effetto leva”, è rappresentato dal Diagramma DuPont.

Diagramma DuPont

Esso evidenzia attraverso uno schema a piramide, la correlazione tra poste di natura finanziaria e patrimoniale e poste di natura economica e dimostra inoltre  come il ROE sia influenzato da tre fattori:

  1. L’efficienza nell’utilizzo totale delle attività, misurata dall’indicatore “Asset Turnover” ossia il rapporto tra i ricavi e il totale delle attività.
  2. L’effetto leva o “Leverage” dato dal rapporto tra totale delle attività e patrimonio netto.
  3. L’efficienza dei margini.

Esempio di diagramma DuPont

Esempio di diagramma DuPont

Il rendiconto finanziario e i flussi di circolante

Il rendiconto finanziario o analisi dinamica è uno strumento che consente di valutare la “compatibilità finanziaria” delle politiche seguite dall’impresa. Il prospetto dei flussi totali del circolante è il documento che crea un raccordo tra la visione economica e finanziaria dei fatti gestionali.

Nel prospetto figura una grandezza sintetica: il flusso finanziario prodotto dalla gestione corrente (al lordo delle imposte), che ha anche significato in chiave economica.

Nella programmazione finanziaria l’analisi dei flussi totali di circolante fornisce informazioni orientative in merito a:

  • fabbisogno finanziario totale riguardo a certe ipotesi di crescita;
  • fabbisogno indotto dalle operazioni correnti (variazione incrementale del capitale circolante) cui non ha fatto fronte un corrispondente sviluppo di credito di fornitura;
  • al livello di autofinanziamento prodotto dalla gestione corrente e, per complemento, al fabbisogno finanziario da coprire con fonti esterne.

Il piano e il budget finanziario

Il piano finanziario è rivolto all’identificazione della provenienza e destinazione delle risorse, con copertura temporale che va da tre a cinque anni, un dettaglio annuale e un aggiornamento annuale. Contiene la compatibilità dei piani strategici con la possibilità di impiego e copertura, in particolare con riferimento al rispetto dei vincoli strutturali quali: l’indebitamento complessivo, dividendi distribuiti e disponibilità e utilizzo degli affidamenti totali.

Il budget finanziario riveste la stessa struttura del piano finanziario, ma con maggiore articolazione delle voci di provenienza e destinazione, è in sostanza il primo anno del piano finanziario stesso.  Si basa sulla verifica di compatibilità dei programmi operativi, verificandone le possibilità di impiego e copertura.

Inoltre rappresenta un’analisi preventiva di periodo, del rispetto di obiettivi e vincoli di natura strutturale e congiunturale (quali quelli relativi al piano finanziario) e inoltre: riduzione dei tempi medi di incasso, allungamento delle scadenze dell’indebitamento, incremento del turnover di magazzino, ecc.

Ha una copertura annuale, con dettaglio tipicamente trimestrale e conseguente aggiornamento; questo orizzonte temporale di breve periodo caratterizza una maggiore operatività del budget rispetto al piano, quindi con indicazioni precise circa le modalità di copertura dei fabbisogni o d’impiego dei surplus, con riferimento a quattro variabili di eguale rilievo:

  • provenienza/destinazione di fabbisogni o surplus di periodo;
  • la loro scadenza;
  • il relativo costo/rendimento;
  • la rischiosità collegata.

Il budget di tesoreria o budget di cassa

Si tratta di uno strumento molto importante nel controllo e pianificazione della finanza d’impresa, deriva dal budget finanziario e ne rappresenta una componente di dettaglio nella rappresentazione su base annua delle entrate e delle uscite, ripartite comunemente per mese. L’obiettivo del documento è quello di evidenziare i saldi periodali, al fine di provvedere anticipatamente alla loro copertura o al loro impiego.

È evidente, soprattutto in questo periodo di carenza del credito bancario, l’importanza di una tempestiva comunicazione agli istituti di credito delle necessità finanziarie derivanti dall’analisi preventiva sviluppata dal budget di cassa, in modo da poter negoziare con maggior credibilità eventuali linee di affidamento. Il budget di tesoreria non sostituisce il budget finanziario, né può essere sostituito da quest’ultimo.

È possibile che, in ragione d’anno, i flussi complessivi (fonti e impieghi) previsti dal budget finanziario non mettano in luce tensioni di liquidità. Ad esempio nel caso di stagionalità delle vendite vi possono essere mesi in cui la compatibilità tra entrate e uscite viene meno.

Da ciò la necessità di articolare ulteriormente il budget finanziario, tale da ricavare informazioni previsionali anche in relazione ai costi e proventi derivanti dalla copertura o dall’impiego dei saldi di periodo.

Analisi del rischio d’insolvenza

A conclusione del presente articolo, preme sottolineare le problematiche legate al rischio di default, generato da situazioni esogene incontrollabili o da anche e soprattutto una scorretta gestione e pianificazione finanziaria. È importante pertanto analizzarlo e apprezzarne gli effetti che esso ha sul costo dell’indebitamento finanziario per un’impresa, ma sulle capacità di ottenere credito da parte della stessa.

Credito o rischio di insolvenza

Wilkpedia definisce Il rischio di credito (o rischio di insolvenza): “il rischio che nell’ambito di un’operazione creditizia il debitore non assolva anche solo in parte ai suoi obblighi di rimborso del capitale e/o al pagamento degli interessi al suo creditore”. In generale il rischio di insolvenza non coinvolge solo gli operatori bancari, ma tutti i soggetti economici e gli stakeholder dell’impresa.

In questo caso l’importanza di una corretta analisi finanziaria, anche a supporto dell’affidamento dei clienti dell’azienda, può essere determinante per evitare conseguenze anche nell’ambito di un’impresa “finanziariamente virtuosa”.

Pur non addentrandoci nell’approfondimento delle analisi previste dall’Accordo di Basilea II, si consideri come il calcolo del rischio di credito sia derivante da due variabili: “risk of default o probabilità di default (PD)”, che si riferisce al rischio di un certo cliente dell’istituzione finanziaria e il “risk of recovery”, misurato dalla “Loss Given Default (LGD)”, riferito all’ammontare della perdita prevista in caso di default.

Obiettivo

L’obiettivo per la banca è determinare il credito ponderato al rischio (risk-weighted asset)” ossia l’ammontare del rischio al quale è esposta e che deve essere coperto cautelativamente. Tecnicamente il rischio determina l’assorbimento del patrimonio di vigilanza (regulatory capital).

Va sottolineato che, ai fini della valutazione del merito di credito di un’impresa, si rende necessaria una notevole quantità di informazioni quali: bilanci, organizzazione aziendale, budget e piano industriale, sconfinamenti in c/c, insoluti, ritardi nei pagamenti delle rate, ecc.

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È importante, quindi, che l’impresa operi in modo virtuoso per fornire tutte queste informazioni di dettaglio, quale supporto fondamentale e trasparente alla gestione. Ed eviti nel contempo le note negative derivanti dal rapporto con le banche esposte in Centrale Rischi (sconfinamenti in c/c, insoluti, ritardi nei pagamenti delle rate, ecc.).

Maurizio Maraglino Misciagna

Maurizio Maraglino Misciagna

Dottore Commercialista, Revisore legale, giornalista pubblicista e innovatore. Presidente Ugdcec Taranto e Puglia Startup.
Dal 2015 è coordinatore scientifico per Commercialista.com/extra
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